lunedì 18 aprile 2011

Istruzione, in tre anni tagli per 8 miliardi

I Sole 24 Ore 17 Aprile 2011

Un taglio in tre anni di 81.120 cattedre e 44.500 Ata (il personale non docente). È la sforbiciata complessiva di 125.620 posti dal 2009 al 2011 che farà risparmiare all'Erario poco più di otto miliardi di euro. Otto miliardi e 13 milioni, per la precisione, stima il Tesoro nel «Def 2011», il Documento di economia e finanza, licenziato qualche giorno fa dal consiglio dei ministri. Parte di queste risorse, il 30%, serviranno a recuperare gli scatti stipendiali bloccati a luglio scorso da Giulio Tremonti. Ma a decorrere dal 2012, le economie di spesa derivanti da queste riduzioni, sempre secondo via XX Settembre, ammonterebbero a 4 miliardi e 561 milioni di euro.
Frutto di un cura dimagrante triennale e "in grande stile" per il ministero guidato da Mariastella Gelmini, prevista dalla manovra estiva 2008 e che giungerà a completamento con la pubblicazione della terza e ultima tranche di tagli relativi al personale Ata: -14.166 posti. Al 1° settembre 2011 saranno cancellate anche 19.699 cattedre. I primi due anni di tagli (già tutti effettuati) sono stati messi in discussione venerdì scorso da una sentenza del Tar Lazio (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri) che ha annullato i due decreti che hanno disposto le riduzioni. Ma solo per un "vizio procedurale" (i due provvedimenti non hanno acquisito il parere del Parlamento) e senza entrare nel merito della legittimità dei tagli. Il che rende difficile tornare indietro e il ministero dell'Istruzione è già pronto per l'appello.
La parte più consistente dei tagli 2011-2012 ai docenti si avrà nella scuola primaria, con meno 9.252 posti. A seguire: le superiori perderanno 8.984; le medie, con meno 1.323; la scuola dell'infanzia avrà 140 posti in meno. Gli obiettivi saranno raggiunti con la riduzione del tempo scuola (il prossimo 1° settembre la riforma delle superiori sarà estesa ad altre classi) e, alle elementari, con il taglio dei posti di specialista di lingua inglese. Negli anni passati, si è fatto leva anche sull'introduzione alla primaria del maestro prevalente. In controdendenza il sostegno che guadagnerà 27.121 posti, raggiungendo quota 90.469. A livello regionale (e considerando l'intero triennio), la sforbiciata maggiore di prof l'ha subita la Campania, con meno 11.612 posti. Dietro: Sicilia, con meno 10.503, Lombardia, con meno 9.317, Lazio, con meno 6.613, Veneto, con meno 5.124, Calabria, con meno 4.874 posti.
Note dolenti anche sul fronte Ata: l'anno scolastico 2011-2012 vedrà ancora in piedi 207.123 posti (il 6,3% in meno rispetto al 2010-2011). Ci saranno 10.758 collobarotori scolastici in meno, 2.805 assistenti amministrativi, 456 assistenti tecnici e 147 Dsga, i Direttori dei servizi generali e amministrativi. A livello territoriale le riduzioni maggiori saranno in Campania, con meno 1.782 posti, in Lombardia, meno 1.754, in Sicilia, meno 1.585, nel Lazio, meno 1.238. In tre anni viale Trastevere ha eliminato ben 44.500 posti Ata. Cosa significa per le scuole? «Che si mette a rischio la qualità e la funzionalità degli istituti, la sicurezza degli studenti nei laboratori, la vigilanza e l'assistenza agli alunni disabili», ha sintetizzato il numero uno della Flc- Cgil, Domenico Pantaleo. «La scuola non può più sopportare tagli lineari e predeterminati», ha rincarato la dose il numero uno della Uil Scuola, Massimo Di Menna: per i prossimi anni serve «un organico funzionale e pluriennale e soprattutto che tenga conto delle reali esigenze degli istituti». D'accordo il leader della Cisl Scuola, Francesco Scrima, che sottolinea in più come ora diventi «urgentissimo» assumere a tempo indeterminato «su tutti i posti vacanti e disponibili». Per il prossimo anno, al netto di tagli e pensionamenti, ci saranno 30.371 posti di docenti disponibili per le nomine in ruolo e 35.049 posti Ata.
Una buona notizia infine sul fronte finanziamenti alle scuole: nel 2011 sono stati incrementati di 685 milioni.
Ci sono quindi i soldi per il funzionamento e per le supplenze, scrive viale Trastevere e pertanto, conclude: «non c'è alcun bisogno di chiedere contributi alle famiglie».
Fonte Dati : Ministero dell’Istruzione; Documento di economia e finanza, Aprile 2011

COORDINAMENTO GENITORI – INSEGNANTI DELLA SCUOLA F.CRISPI

Con la circolare n. 21 del 14.03.2011, il MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca) ha comunicato gli organici spettanti a ciascun ordine di scuola. Per le elementari, a livello nazionale saranno tagliati quest’anno 9600 insegnanti. Nel Lazio, gli insegnanti in meno avrebbero dovuto essere 930, ma dai dati dell’Ufficio scolastico provinciale (nota n. 10572 del 06.04.2011) risulta che solo nella provincia di Roma sono stati soppressi più di 1000 insegnanti (a fronte di un aumento di 1600 alunni), negate 50 nuove classi a tempo pieno e abolite 150 classi a tempo pieno già esistenti.

Anche nella nostra scuola verranno eliminati del tutto gli insegnanti specialisti di inglese, dimezzati gli insegnanti di sostegno, ridotti gli insegnanti titolari di classe, cancellate completamente le compresenze.

In concreto questo significa che:

• saranno costretti a insegnare l’inglese molti docenti che hanno frequentato solo un corso di 150 ore

• i docenti titolari a cui sarà affidato anche l’insegnamento dell’inglese dovranno coprire tutte le classi della scuola, sottraendo ore alle proprie classi

• nonostante una recente sentenza che impone al Ministero di assegnare un docente di sostegno ogni due bambini disabili, ogni insegnante di sostegno dovrà occuparsi di quattro o cinque bambini

• ci sarà una maggiore rotazione degli insegnanti sulle classi, a scapito della continuità didattica

• l’abolizione delle compresenze (unica occasione di didattica individualizzata) e l’aumento del numero di insegnanti necessari a coprire l’orario di ogni singola classe comporteranno un evidente danno per la didattica

L’anno scorso la mobilitazione di insegnanti, genitori e cittadini è riuscita a limitare i danni. Il Ministero è stato costretto a reintegrare le classi a tempo pieno tagliate e ad aumentare il numero degli insegnanti di sostegno.

MERCOLEDÌ 20 APRILE a viale Trastevere, dalle ore 15.00 fino a tarda sera,

partecipiamo TUTTI (genitori, insegnanti, cittadini)

in migliaia RUMOROSISSIMI

al SIT–IN sotto il Ministero della Pubblica Istruzione

indetto dal Coordinamento delle scuole elementari di Roma

martedì 12 aprile 2011

A marzo 2012 Elezioni RSU Scuola e pubblico impiego

11/04/2011COMUNICATO STAMPA- ARAN : RSU
E' stata raggiunta l'intesa all'ARAN per la definizione di un protocollo per la predisposizione del calendario delle votazioni per il rinnovo delle RSU nel pubblico impiego.

L'intesa prevede un percorso teso a modificare gli accordi quadro sul regolamento RSU e a definire i nuovi comparti di contrattazione secondo la legge Brunetta. Questo percorso dovrà concludersi in ogni caso entro il 12 dicembre 2011, in caso contrario scatterà una clausola di garanzia che definisce già il calendario delle elezioni delle RSU.

Tale clausola prevede la votazione per i giorni dal 5 al 7 marzo 2012, nella quale saranno coinvolte circa 40mila Amministrazioni, scuole comprese.

Il Commissario straordinario dell'ARAN dichiara: sono veramente soddisfatto che questa lunga è difficile trattativa si sia conclusa con un consenso quasi unanime delle organizzazioni sindacali (non ha firmato la RDB CUB). Il dovere dell'ARAN era quello di trovare una mediazione tra le diverse ipotesi proposte dalle organizzazioni sindacali e rispettare il parere che il Consiglio di Stato aveva reso in base ad una richiesta del ministro Brunetta.

Ci siamo riusciti è per questo ringrazio il senso di responsabilità di tutti i sindacati.

lunedì 11 aprile 2011

organico di diritto personale insegnante scuola primaria – a.s. 2011/12.


Con la nota n.10572 del 06/04/2011 il Dirigente dell’Ufficio X – Ambito territoriale della provincia di Roma (ex Provveditorato) ha comunicato di aver determinato la dotazione organica del personale insegnante delle istituzioni scolastiche primarie.
I TAGLI sono PESANTISSIMI e INSOSTENIBILI. A fronte di un aumento di nuove iscrizioni
di circa 1600 alunni, sono state tagliate 111 classi e le nuove richieste (circa 50) di classi a Tempo Pieno non sono state soddisfatte. I TAGLI coinvolgono pesantemente tutte le scuole di Roma e provincia. In alcune Istituzioni Scolastiche, in un sol colpo, sono state tagliate sia le classi a Tempo Pieno già funzionanti nell’anno scolastico 2010/11 che le nuove richieste.
Nel prossimo anno scolastico avremo un significativo aumento di alunni per classe anche in
presenza di bambini diversamente abili, fino a 29, nonostante la normativa ancora vigente preveda un massimo di n. 20 alunni. Con l’accorpamento di classi già funzionanti si verificherà, oltre all’aumento di bambini per classe, anche la perdita della continuità didattica e dello smembramento del gruppo classe. Per non parlare della sicurezza per i bambini e il personale.
I tagli del personale son ben più alti di quelli prospettati con la circolare ministeriale n. 21 del
14/03/2011 che aveva previsto una riduzione del personale docente di scuola elementare di 930 unità nel Lazio. Soltanto a Roma si è verificata, rispetto alle richieste dei Dirigenti Scolastici e all’organico di fatto assegnato nel 2010/11, una riduzione di più di 1.000 docenti di scuola elementare.
Inoltre, alle scuole non sono stati assegnati i docenti specialisti di lingua inglese mentre, nell’anno scolastico 2010/11, erano circa 270. Non c’era qualcuno che parlava delle tre I?
I docenti di sostegno in organico di diritto sono stati assegnati, per quasi tutte le scuole, con
un rapporto di 1 ogni 4 alunni, circa. Non si è tenuto conto della sentenza n. 80 del 22/02/2010
della Corte costituzionale che ha abrogato la disposizione che fissava il tetto massimo di posti di sostegno (compreso le deroghe) attivabili in organico di fatto. Come al solito, i genitori degli alunni diversamente abili, per il riconoscimento di un diritto, dovranno intentare cause lunghe e onerose.
L’anno scolastico 2011/12 è il terzo anno consecutivo di tagli devastanti che hanno impoverito la scuola pubblica, meno 7.800,00 mln di euro, meno 87.000 docenti e meno 45.000 A.T.A. (L.133/08 e L.169/08).
Dobbiamo reagire immediatamente convocando in tutte le scuole assemblee pubbliche per
informare correttamente le famiglie e il personale sui devastanti TAGLI che coinvolgono TUTTI. Nessuno escluso. Lo scorso anno scolastico siamo riusciti, con la continua mobilitazione, a limitare i danni. Il Ministero è stato costretto a restituire i finanziamenti per le supplenze brevi, parte dei crediti vantati dalle scuole (residui attivi) e le classi tagliate.

Considerata l’urgenza mi sembra opportuno che il coordinamento delle scuole elementari di Roma promuova e organizzi un rumorosissimo sit-in al Ministero dell’Istruzione prime delle vacanze pasquali.

Ricordo che la prossima assemblea si svolgerà giovedì 14 aprile 2011 alle ore 17,00 presso il 45°
Circolo Didattico “Battisti”, piazza Damiano Sauli,1 (metro B fermata Garbatella).

Domenico Montuori
1° C.D. “Maffi”

sabato 2 aprile 2011

Consulta Nazionale per la scuola sttale


ricominciodal3Il 27 marzo 2011 a Bologna si è costituita la Consulta Nazionale per la Scuola Statale “Ricomincio dal 3” con la partecipazione di genitori e docenti dalle seguenti città: Bologna, Milano, Roma, Firenze, Viareggio, Carpi, Modena, Padova, Vicenza, Verona, Venezia, Savona, Parma, Pistoia, Napoli.
L’obiettivo della consulta è quello di affiancare il momento della riflessione, dell’elaborazione e della proposta a quello della mobilitazione gestito e organizzato dai movimenti. Riflettere su quanto nella scuola si realizzi del dettato costituzionale, a partire dall’art.3, e disegnare insieme proposte per una scuola che possa pienamente dargli attuazione.
Partito dalla lettera-appello di Genitori & Scuola, il percorso ha visto crescere l’adesione di soggetti più o meno organizzati, persone e movimenti da tutto il territorio nazionale: è tale la preoccupazione per il futuro del sistema di istruzione statale che si è deciso di unirsi in una sorta di unico coordinamento, avendo come riferimento di partenza l'esperienza di scrittura condivisa della Legge di Iniziativa Popolare “Per una Buona Scuola per la Repubblica” (LIP, vedi link: www.leggepopolare.it).
La LIP è stata un momento molto importante e significativo di costruzione collettiva, con il quale il movimento ha espresso un’idea di scuola nata dalla mediazione condivisa di tante diverse posizioni di partenza. Momento importante proprio per il metodo seguito, di costruzione dal basso, che ha impegnato nel 2005-2006 insegnanti di ogni ordine e grado, genitori, studenti, al di là di eventuali appartenenze politiche, sindacali o associative.
Il metodo collaborativo e della condivisione infatti è per noi un valore irrinunciabile: un’idea costruita collettivamente, frutto di mediazione, ma con il potere della democrazia e la ricchezza di più teste pensanti, di tante esperienze e realtà locali differenti tra loro.
Pensiamo che questo metodo sia più che mai necessario in questo istante: quello che la scuola vive è un malessere molto profondo, che rischia di dividere il fronte di genitori e docenti, che si è finora presentato compatto contro provvedimenti disastrosi ed ora procede invece in modo sgomento e scomposto nell’affrontarne la messa in pratica.
Quindi non è più rinviabile un’ampia operazione culturale: si deve lavorare sulla ricostruzione di un sapere critico laico che ci porti a ridare significato alle parole.

Cosa significa avere una Buona Scuola per la Repubblica?
Significa poter ragionare seriamente di argomenti urgenti, quali gli scopi della valutazione, ma soprattutto della funzione costituzionale del sistema di istruzione statale e del disastro strutturale nel quale versano i diversi gradi di scuola dopo anni di tagli; significa interrogarci sulla democrazia nella scuola, e dunque sulla funzione degli organi collegiali e sulle loro competenze.
L’intera gestione del sistema scuola è in enorme crisi: l’amministrazione non funziona più, e uno dei pochi strumenti istituzionali sui quali la scuola poteva contare, il C.N.P.I (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, istituito nel 1974 come organo collegiale elettivo) viene smantellato lentamente.
Ciononostante, non accettiamo la sconfitta: continuiamo a resistere, anzi, vogliamo rilanciare.
Raccogliamo la sfida lanciata in occasione dell’Incontro nazionale delle scuole dello scorso 30 gennaio: non si deve più solo difendere, bisogna pensare al rilancio della scuola statale.
"Ricomincio dal 3" ha come compito proprio il rilancio: ragionare sui principi condivisi per delineare la Buona Scuola e chiederci quali siano le buone pratiche che si possono adottare da subito nelle scuole per arginare lo sfascio.

La Buona Scuola c'è già, è diffusa nel territorio, sta nella passione di tante e tanti insegnanti che, nonostante il degrado di risorse, di considerazione e di immagine a cui la politica di vario colore li ha condannati da molti anni, continuano a mettere al centro della loro azione il diritto all'istruzione dei giovani e con passione sperimentano e realizzano quelle buone pratiche che ci si propone di far emergere, valorizzare e citare ad esempio di Buona Scuola a tutte le scuole del paese.

La Buona Scuola c’è già, ed è nella passione e nell’impegno di tanti genitori e di tanti cittadini che lavorano negli organi collegiali, nelle scuole e nelle associazioni, nei comitati e nei movimenti, per garantire il diritto allo studio dei loro figli e delle loro figlie, il diritto ad avere pari opportunità di accesso al sapere in un sistema di istruzione statale di qualità, democratico, laico, inclusivo e gratuito.
Dalla condivisione e dal confronto può essere innescata una spirale virtuosa: le esperienze significative possono rappresentare quel repertorio di buone pratiche su cui rifondare la scuola statale italiana, una sorta di gara in cui vinciamo tutti se tutti veniamo messi nelle condizioni di arrivare fino in fondo.
Il percorso si iscrive in quello generale di difesa dei beni comuni e dunque si pone in una duplice ottica: la difesa dell’istruzione come bene comune e la proposta di un’alternativa che possa alimentare nella pratica quotidiana la rivendicazione di quell’attenzione e di quelle risorse da parte della politica di cui la Buona Scuola ha bisogno, di cui il paese ha bisogno.
La consulta è aperta a situazioni organizzate, comitati, associazioni, gruppi, collettivi, ma anche singoli docenti, genitori, studenti o cittadini, nella convinzione che una testa pensante nella fase di progettazione e confronto valga in se stessa e indipendentemente da una rete territoriale di riferimento.
Al fine di rendere più efficace l’azione, saranno predisposti un forum, un sito, una piattaforma, o altri strumenti ritenuti utili alla comunicazione interna ed esterna.
Qualunque iniziativa verrà proposta a tutta la rete in una sorta di Patto di Consultazione e poi realizzata, nel singolo territorio o in tanti contemporaneamente. Ciò riguarderà sia iniziative pubbliche che di discussione.
Ipotizziamo una serie di convegni sulle questioni più urgenti (OOCC, valutazione, buone pratiche), che ci consentano di ragionare non solo della quantità dei tagli, ma della loro qualità.
Sono già in calendario o comunque in via di programmazione: seminario su OO.CC. dell’Ass. Scuola della Repubblica: data da definirsi, Bologna; 10 aprile, Milano: seminario su Merito e Valutazione; 3 maggio, Roma: convegno sull’Invalsi.

Bologna, 27 marzo 2011


Alla Consulta Nazionale hanno aderito finora le seguenti realtà collettive:

Genitori e scuola
ScuolaFutura Carpi
Coordinamento Buona Scuola Carpi
Lascuolasiamonoi Parma
Coordinamento IstruzioneBeneComune Parma
NapoliScuole - Zona Franca
Collettivo Liceo "Vico" Napoli
Associazione Scuola per la Repubblica
Assemblea delle Scuole Bologna
Coord. Presidenti consigli di Circolo e di Istituto di Bologna e provincia
Scuola e Costituzione Bologna
Ass. 31 ottobre
Gruppo Scuola e Laicità di Savona
Comitato Torinese per la Laicità della Scuola
Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova
Redazione di école
Retescuole
Coord. scuole secondarie Roma
Coord. Provinciale Pistoiese in difesa della scuola Pubblica
Retescuole Verona
Tavolo regionale in difesa della scuola pubblica della Toscana
Tavolo regionale in difesa della scuola pubblica del Lazio
CESP Padova
Assemblea in difesa della scuola pubblica Vicenza

mercoledì 23 marzo 2011

INVALSI: PARERE DELL’AVVOCATO

Ogni anno puntuale come un vero orologio svizzero, giunge il momento delle prove dell'Invalsi. Per capire cosa è l'Invalsi rimando integralmente a questo mio precedente articolo che è ancora valido ed attuale.

Voglio ara soffermarmi brevemente sulla violazione posta in essere tramite i questionari dell'Invalsi, sulla privacy della normale vita familiare dello studente, ed in particolar modo sulla mera intrusione arbitraria posta in essere dal MIUR nella sfera della vita privata dell'individuo in violazione con Convenzioni che sono fonte di rango primario di diritto sia interno che europeo.

Sul sito dell'Invalsi si legge che alle segreterie delle scuole sarà richiesto di raccogliere una serie di informazioni sugli studenti, e precisamente: nazionalità (italiana o straniera), livello di istruzione e occupazione dei genitori, orario settimanale della classe frequentata, frequenza o meno dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia ecc.
Le prove per il corrente anno scolastico saranno così strutturate:

* 10 Maggio 2011: prova di Italiano, di Matematica e Questionario studente per la classe II della scuola secondaria di secondo grado;
* 11 Maggio 2011: prova di preliminare di lettura (decodifica strumentale) della durata di due minuti per la II primaria e prova di Italiano per la II e V primaria;
* 12 Maggio 2011: prova di Italiano, di Matematica e Questionario studente per la classe I della scuola secondaria di primo grado;
* 13 maggio 2011: prova di Matematica per la II e V primaria e Questionario studente per la V primaria.

Il Questionario invasivo, come è giusto definirlo, nella precedente rilevazione che era rivolto a tutte e tutti gli studenti e le studentesse delle classi 5° primaria 1° secondaria di I grado delle scuole partecipanti all’indagine INVALSI nell’anno scolastico 2009/2010, prevedeva delle domande sensibili che riguardavano l'ambiente familiare.

Sempre sul sito dell'Invalsi sul punto si leggeva che con la composizione del nucleo familiare si vogliono indagare le tipologie di famiglia in cui i bambini vivono. Il numero degli eventuali fratelli o sorelle può essere considerato come un indicatore di vincoli economici familiari. Inoltre la domanda relativa al possesso di una camera individuale – in presenza di fratelli – può dare indicazioni sullo status economico della famiglia. Tra le risorse disponibili in casa, comunemente indagate nelle ricerche internazionali come indicatore di status economico, si è scelto di focalizzare l’attenzione su quelle direttamente connesse allo studio. Pertanto l’indagine delle risorse educative disponibili a casa viene considerata soprattutto come un indicatore delle condizioni familiari di supporto allo studio.
Si precisava anche che come ulteriore indicatore di opportunità di sostegno familiare nei compiti, e di rinforzo domestico della lingua usata a scuola, è stata inserita una domanda sulla lingua parlata a casa. L’interesse è rivolto – nel caso italiano – non solo all’uso in famiglia di una lingua straniera, ma anche all’utilizzo prevalente di un dialetto.


Il Questionario studente per esempio per la 5^ primaria era composto da 17 domande organizzate in un determinato schema ove emergeva in particolar modo la necessità di rispondere a: Risorse disponibili a casa – numerosità di libriDisponibilità di un aiuto nei compiti per casa; Lingua parlata a casa.
Tali domande pongono in chiara difficoltà il ragazzo o la ragazza, e permettono di delineare un profilo dello status sociale dell'individuo che comporta una invasione da parte dell'Amministrazione nella sfera della vita privata della persona.
La Convenzione sui diritti dell'infanzia ratificata in Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176 che è dotata di valenza obbligatoria e vincolante, obbligando gli Stati che l'hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell'adempimento dei loro obblighi nei confronti dei minori., prevede all'articolo 16 che Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti.

La legislazione italiana sulla protezione dei dati personali, in attuazione della direttiva n. 95/46/CE, ha fissato una serie di norme volte a garantire che “il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche” (art. 2 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196).
Il Garante per la Tutela della Privacy ha recentemente pubblicato una guida sulla privacy nella scuola http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1723730 dove emerge che
Svolgere attività di ricerca con la raccolta di informazioni personali, spesso anche sensibili, tramite
questionari da sottoporre agli alunni, è consentito soltanto se i ragazzi, o i genitori nel caso di minori, sono stati preventivamente informati sulle modalità di trattamento e conservazione dei dati raccolti e sulle misure di sicurezza adottate. Gli intervistati, inoltre, devono sempre avere la facoltà di non aderire all’iniziativa.

L'articolo 8 della CEDU (Rispetto della vita privata e della vita familiare) prevede che
Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle sue comunicazioni. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell'ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.» La Corte Costituzionale con le sentenze nn.348 e 349 del 2007 riconosce per la prima volta rango sovra-legislativo, ai sensi dell’articolo 117, primo comma Cost., alle disposizioni della CEDU, purché queste ultime non siano in contrasto con i princìpi ed i diritti fondamentali stabiliti nella prima parte del testo della Costituzione.
Quindi le azioni positive statali nei confronti dell'individuo, sia le omissioni, possono integrare gli estremi di una interferenza, suscettibile quindi di ledere diritti protetti dalla CEDU, che necessita quindi di giustificazione ai sensi dell'art. 8, comma 2.

Quindi tanto detto, occorre verificare in via preliminare se le famiglie delle classi interessate per quanto concerne i minori sono state preventivamente informate in tema di privacy ed hanno prestato il loro consenso perchè il proprio/a figlio/a possa svolgere la prova ivi considerata. In caso contrario le famiglie non devono far partecipare i propri figli alla detta somministrazione. Famiglie che in ogni caso possono manifestare la loro legittima contrarietà anche per i motivi sopra esposti.
Tale raccolta di dati, come ricordato in questo articolo a cui si rimanda, si reputa in contrasto con quanto previsto dal codice sulla privacy in tema di dati sensibili. Si suggerisce al genitore interessato di avvalersi quanto meno delle tutele previste dall'articolo 7 (Diritto di accesso ai dati personali ed altri diritti) del Codice in tema di Privacy che si riporta integralmente:
L'interessato ha diritto di ottenere la conferma dell'esistenza o meno di dati personali che lo riguardano, anche se non ancora registrati, e la loro comunicazione in forma intelligibile. L'interessato ha diritto di ottenere l’indicazione:
a) dell'origine dei dati personali;
b) delle finalità e modalità del trattamento;
c) della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l'ausilio di strumenti elettronici;
d) degli estremi identificativi del titolare, dei responsabili e del rappresentante designato ai sensi dell'articolo 5, comma 2;
e) dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato nel territorio dello Stato, di responsabili o incaricati.
3. L'interessato ha diritto di ottenere:
a) l'aggiornamento, la rettificazione ovvero, quando vi ha interesse, l'integrazione dei dati;
b) la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non e' necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati;
c) l'attestazione che le operazioni di cui alle lettere a) e b) sono state portate a conoscenza, anche per quanto riguarda il loro contenuto, di coloro ai quali i dati sono stati comunicati o diffusi, eccettuato il caso in cui tale adempimento si rivela impossibile o comporta un impiego di mezzi manifestamente sproporzionato rispetto al diritto tutelato.
4. L'interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte:
a) per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta;
b) al trattamento di dati personali che lo riguardano a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale.


Marco Barone

Lettera di un genitore sulle prove Invalsi

Al Dirigente Scolastico dell’I.C. Albertelli-Newton

-Al Dirigente Scolastico del Liceo “Bertolucci”

-Al Collegio Docenti e Consiglio d’Istituto dell’I.C. Albertelli-Newton

- Al Collegio Docenti e Consiglio d’Istituto del Liceo “Bertolucci”

e p.c.- Agli organi di stampa

Sono un genitore di un’alunna di quinta elementare e di una di seconda superiore. Dall’11 al 13 maggio le loro classi saranno “obbligate” a sottoporsi alle prove INVALSI.

Mi pare di aver capito che l’unico modo, come genitore e cittadino, per manifestare l’indisponibilità alla realizzazione di queste prove, sia quello di far “assentare” le mie figlie da scuola. Se non mi verranno fornite altre alternative, dovremo farlo. Provo ad argomentare le motivazioni che stanno alla base di questa forma di protesta, affinchè possano essere motivo di riflessione per altri genitori, docenti e dirigenti: IL PROGETTO DI SPERIMENTAZIONE DEL MERITO: Nell’ a.s. 2010-2011 il Ministero dell’Istruzione sta sperimentando un progetto di premialità del merito per le scuole di alcune province (Siracusa, Pisa, Massa). Il progetto prevede un premio fino a 70.000 € al 15% delle scuole più “brave”. Tra i 3 indicatori che stileranno la classifica delle scuole, vi sono i test INVALSI. Il Ministero intende applicare questa metodologia sperimentale a tutte le scuole italiane, a partire dall’a.s.2011-2012. Vi è un nesso sostanziale tra prove INVALSI e premialità del merito.

LA LOGICA DEL PREMIO: Negli ultimi 3 anni il Ministero dell’Istruzione ha tagliato più di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica; il Ministero del Tesoro ha bloccato per vari anni i contratti del personale, gli stipendi e gli scatti di anzianità. Le conseguenze di queste decisioni le stiamo sperimentando tutti i giorni. Ora, con il 30% di questi risparmi, vogliono premiare “fino ad un massimo del 15-20%, i più meritevoli”. Non credo che questa sia una logica cooperativa ed umana.

E’ una spinta competitiva che produrrà solo danni e impoverimento della scuola pubblica. Tagliare a tutti per premiare pochi credo sia l’esatto contrario di quanto preveda la nostra Costituzione come prospettiva di scuola pubblica. Confidare che soltanto la logica della competizione scuota e salvi la scuola pubblica, è come tirare un calcio ad un computer e sperare che si aggiusti! Ce lo si puo’ aspettare da un ragazzino, non da un Governo.

CHI VINCE E CHI PERDE: Negli ultimi tre anni, vi è stata una continua pressione affinché entrasse nella scuola pubblica la logica “meritocratica”. Introduzione del voto numerico in tutti gli ordini di scuola, riforma Brunetta, progetti di premialità ai docenti e alle scuole, ecc. A tutto ci si abitua, ed ora non ci indigna più il fatto che un bambino di 6 anni riceva “2”, “4”, ed un altro tutti “10”. E’ ciò che si “meritano”! Nella vita c’è chi vince e c’è chi perde…..E’ ora di finirla con questo egualitarismo sessantottino, ci ricordava un Ministro che forse si intende di economia, ma che quando ha preteso di estendere le sue decisioni in campo educativo, ha prodotto ciò che abbiamo sotto gli occhi! La scuola pubblica deve essere una clinica per i sani, in cui certificare i dislivelli socio-culturali di partenza, oppure un’opportunità di crescita per tutti, nel rispetto delle differenze e dei cammini personali?

STENDERE CLASSIFICHE AIUTA AD APPRENDERE E A MIGLIORARSI?: Fino a quando un bambino, un adolescente, un ragazzo percepisce che ha una possibilità, una speranza di farcela, resta in gara e può migliorarsi. Quando capisce che la gare non è equa, che non ce la farà mai a vincere, alle condizioni date, rinuncia e cerca altre strade (e sappiamo quanto possono essere distruttive!). Davvero, come genitori, come docenti, come cittadini, crediamo che basterà costruire delle classifiche, perchè tutto migliori, come per magia? Chi lo ha fatto da sempre, come il sistema scolastico Statunitense ed Inglese, si rende conto di quali sacche di emarginazione e di diseguaglianza produce, a fronte di pochi “arrivati”.

QUALI SONO LE FINALITA’ DELLE PROVE INVALSI?: Servono per misurare le competenze linguistiche e matematiche degli alunni? Per misurare il grado di preparazione fornito dalla scuola? Per comparare le scuole tra di loro? Per comparare zone geografiche d’Italia e realtà socioeconomiche diverse? Per valutare i docenti? Per stendere delle classifiche di premialità? Per fare della statistica con poco investimento e molti utenti?

COME SONO UTILIZZATE LE PROVE INVALSI DAL SISTEMA SCOLASTICO? Per ora ci si affanna soltanto a definirle “obbligatorie” con una semplice nota di un dirigente Ministeriale. I Dirigenti non permettono ai Collegi Docenti di esprimere la propria opinione in merito all’adesione alle prove e “obbligano” i docenti a somministrarle e correggerle, per poi inviarne i risultati al Ministero. Per cosa sono utilizzati questi risultati? Per decidere su quali realtà investire? Quali realtà punire? Per fare dichiarazioni politiche semplicistiche, sulla base di conclusioni già evidenti in partenza? (“I dati di ciascuna rilevazione segnalano come una costante del nostro Paese che le regioni del Nord ottengono risultati in genere più elevati di quelli del Centro e del Sud. Queste differenze sono più o meno significative a seconda delle classi considerate”. “I risultati degli studenti immigrati, specialmente quelli di prima generazione, sono sempre più bassi di quelli degli italiani, ma sono anche molto uniformi sul territorio nazionale. Le piccole differenze osservate non sono in genere statisticamente significative”). Intanto i docenti più scrupolosi, per paura dell’effetto delle valutazioni INVALSI sulla propria classe e sulla propria autostima, fanno comprare alle famiglie libretti di allenamento alle prove INVALSI e convertono la propria didattica ad una preparazione ai test. E’ questo l’effetto feedback sperato?

IL QUESTIONARIO AGLI ALUNNI: All’interno delle Prove INVALSI di quinta dell’a.s.2010 vi era un questionario agli alunni con domande del tipo: quanti libri hai in casa? (corredato da una pagina di disegnini, per orientarsi meglio nella propria libreria) abitualmente con chi vivi? Sono stato picchiato da altri bambini a scuola?, ecc.. Con quali finalità si chiedono dati e valutazioni personali molto delicati ad alunni di dieci anni, senza un consenso ed una conoscenza esplicita da parte delle famiglie? Per poter correlare meglio i risultati con lo status socio-economico o per quali altri motivi di ricerca?

L’OBBEDIENZA NON E’ Più UNA VIRTU’: Interpellati sul senso delle Prove Invalsi, tanti Dirigenti e docenti stanno rispondendo che “siamo obbligati a farle”. A parte l’opinabilità giuridica di queste risposte, credo occorra andare al senso profondo: se è vero che è necessario essere valutati, siamo sicuri che questo sia lo strumento giusto per valutare una realtà complessa come quella della scuola pubblica? Con un test a risposta chiusa di Italiano e Matematica siamo a posto? Avremo uno spaccato affidabile delle scuole e dei docenti? Dei finanziamenti alle scuole e delle risorse mai arrivate? Delle risorse tagliate e mal distribuite? Del diritto allo studio negato, di fatto, per problemi organizzativi e strutturali? Don Milani ci ricorda che l’obbedienza ha senso solo quando è difesa del più debole, non quando è accettazione acritica di semplificazioni e propaganda, che cancellano le vere problematiche sottostanti e non affrontate.

Spero che queste mie semplici osservazioni permettano di approfondire una riflessione critica all’interno delle nostre scuole… Cordiali saluti

Giordano Mancastroppa

martedì 22 marzo 2011

INVALSI: PERCHE’ NO

Sono ormai diversi anni che le scuole italiane vengono sottoposte ai test INVALSI, un sistema di valutazione sostenuto da governi di ogni colore e raccomandato da numerose direttive europee.

I risultati statistici delle prove OCSE-PISA, presentati con grande risalto giornalistico, vengono portati a conferma della necessità di introdurre un sistema di valutazione oggettivo della qualità degli apprendimenti (che è poi come dire della qualità degli insegnamenti, cioè dei docenti). I giornali non danno invece nessun risalto a quegli studi che mettono in discussione la scientificità delle prove OCSE-PiSA e dunque la loro validità statistica (vedi bibliografia).

Intanto di anno in anno le prove si sono fatte sempre più invasive: dall’obbligatorietà del quiz in terza media introdotta dal Ministro Fioroni all’allargamento della rilevazione a tutte le classi di tutte le scuole italiane, fino alla somministrazione di un “questionario per lo studente” al limite della schedatura di massa. Tale pervasività ogni docente può misurarla nei libri di testo che offrono in misura sempre maggiore strumenti di allenamento ai quiz.

Il tutto nella completa disinformazione dei genitori e nello scetticismo dei docenti che non è mai riuscito però a diventare una chiara e aperta contestazione agli INVALSI e a ciò che essi rappresentano.

Perché gli INVALSI sono pericolosissimi: essi rappresentano uno strumento strutturale e decisivo nella direzione della privatizzazione della scuola italiana e stravolgono quella che storicamente è stata la funzione della nostra scuola pubblica.

1) L’approccio didattico, di stampo anglosassone, è diametralmente opposto a quello della scuola italiana, con particolare riferimento al segmento della scuola primaria: all’insegnamento il più possibile individualizzato, che tiene conto dell’universo sociale-culturale-affettivo dell’allievo, si sostituisce una prova oggettiva asettica, che annulla, di colpo, la soggettività non solo dell’alunno, ma anche dell’insegnante; la relazione intersoggettiva, basilare in ogni sano rapporto pedagogico, è sostituita da una performance e una valutazione oggettive.

2) La scuola pubblica italiana si distingue a livello internazionale per l’integrazione degli alunni diversamente abili e per aver abolito le scuole speciali e le classi differenziali (L.517/’77). Vengono così riconosciuti sia il diritto allo studio per tutti, sia la diversità come valore. La decisione di far partecipare gli alunni disabili alle prove è rimessa alla scuola. Nel caso che questa decida per la partecipazione, i risultati dovranno essere elaborati in maniera a sè stante così da non incidere sul risultato medio della scuola o della classe. Ciò significa che la disabilità non rientra nel sistema di valutazione INVALSI e che, quindi, gli alunni disabili divengono inesistenti, così come viene ignorato l’impegno delle scuole affinché essi raggiungano le piene competenze secondo le loro potenzialità. Inoltre, è previsto che gli alunni con diagnosi di DSA (dislessia) partecipino alle prove nelle stesse condizioni degli altri!

3) Solo il fascismo dal 1929 era riuscito ad imporre l’assurdo di identici percorsi didattici in tutta la nazione. L’apprendimento non si può valutare allo stesso modo nei diversi contesti, proprio per questo gli insegnanti si confrontano e producono molteplici offerte didattiche, cambiano idea, ascoltano gli allievi e le allieve, ci parlano. Questa è la vera didattica, flessibile, individualizzata, che tiene conto dei diversi contesti: la standardizzazione è nemica dell’insegnamento di qualità.

4) Le prove INVALSI hanno un potente effetto retroattivo: alle prove “ci si prepara” e ore di buona didattica, vengono sostituite da allenamenti ai quiz; questo accade perché i docenti ben sanno che saranno loro ad essere valutati e dunque, per non “fare brutta figura” modellano la loro programmazione in modo da addestrare il più possibile la loro classe alla modalità a quiz. Così ad esempio crescono le prove a crocette, stanno tornando in auge le nomenclature grammaticali imparate a memoria come fino agli anni Sessanta. Ciò non ha alcun senso, se non quello di scimmiottare prove di bassa qualità preparate da persone lontane dalla scuola reale e dalla sua evoluzione

5) Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura;

6) Trasformano dall’interno lo statuto delle discipline: nel giro di qualche anno le materie interessate dall’INVALSI hanno cambiato natura; pensiamo ad esempio alla prova di italiano: il tema ha perso centralità a favore della comprensione del testo; ad una prova in grado di restituire, più di ogni altra, la complessità dello studente (competenze, saperi, soggettività), si preferisce ormai una prova completamente decontestualizzata: un brano che solo per pudore viene scelto tra i brani d’autore, senza che di quell’autore importi né la poetica né il momento storico in cui ha vissuto; anche la matematica, disciplina anch’essa complessa, si sta rapidamente riducendo ad un molto più applicativo problem solving, minando appunto lo statuto stesso della disciplina.

7) Scientificamente sono un fallimento. Un esempio: quelli fatti svolgere alle secondarie di primo grado lo scorso anno hanno dato risultati che differivano da quelli conosciuti in base alle ricerche Pisa. Come rimediare? Gli astuti tecnici dell’Invalsi hanno deciso di elaborare un coefficiente per cui moltiplicare i risultati inverosimili, in modo da trasformarli in verosimili! Incredibile ma vero!

8) Sono dannosi emotivamente per i bambini e le bambine. L’insegnamento della lettura si basa sul rispetto dei tempi dei bambini. Ognuno ha i suoi ritmi ed è doveroso rispettarli. Invece per la classe Seconda della scuola primaria (7 anni) l’invalsi propone la prova cronometrata di lettura, cronometro alla mano. Nell’insegnamento della scrittura i bambini usano la matita, affinché l’errore non sia irrimediabile e non diventi un dramma emotivo; invece l’Invalsi obbliga all’uso della penna biro non cancellabile. Ma in qualunque segmento di scuola, lo stress emotivo è fortissimo: le prove sono pensate per risposte in velocità, si tratta di prove a tempo (1/2 ora o un’ora) a malapena sufficiente a rispondere a tutti i quiz. Esattamente il contrario di ciò che un buon insegnante non smette mai di raccomandare: “Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo, ecc.”. Nelle scuole inglesi lo “stress da QUIZ” è ormai riconosciuto anche dagli psicopedagiogisti.

9) Sono la premessa alla valutazione e gerarchizzazione retributiva dei docenti. Dai diversi documenti dell’Invalsi emerge chiaramente che questa schedatura di bambini, docenti e scuole è finalizzata in prospettiva a differenziare le retribuzioni dei docenti. Sia chiaro: nel progetto di sperimentazione presentato dalla Gelmini gli INVALSI, al momento, servono a misurare le scuole nel loro complesso, mentre per premiare il singolo docente è previsto un nucleo interno di valutazione che valuterà dati non meglio precisati. Ciò che accade negli altri Stati ci porta a pensare che anche in Italia l’obiettivo sia quello di piegare la libertà d’insegnamento alla logica delle competenze e dei quiz e di farlo utilizzando gli aumenti stipendiali. Ovviamente, come ben sa chi vive la scuola, non verrà premiato l’insegnante migliore, bensì quello che si adatterà più agilmente a questa didattica burocratica e di regime. Dobbiamo tener presente che il progetto di legge Aprea, collegato al merito nel pubblico impiego di Brunetta, prevede la diversificazione delle carriere (cioè degli stipendi dei docenti); uno dei parametri sarà “l’efficacia dell’azione didattica e formativa”; Quando il nostro stipendio dipenderà dai risultati delle prove INVALSI, allora la scuola italiana si trasformerà in una palestra di addestramento ai quiz.

10) Esasperano la competizione: spingono gli alunni a rivaleggiare tra di loro, gli insegnanti a mettersi in competizione anziché scambiarsi le buone pratiche, le scuole saranno sempre più in concorrenza tra loro, nel gioco al massacro dell’accaparramento di “clienti” attirati con progettualità tanto altisonanti quanto inconsistenti.

11) Non servono a migliorare la qualità della scuola: se qualcuno pensasse che, una volta arrivati i risultati delle scuole, il ministero se ne servisse per aumentare i finanziamenti per le scuole risultate più deboli, sarebbe del tutto fuori strada. Nella meritocrazia succede esattamente il contrario: avranno più soldi le scuole che otterranno risultati maggiori; e che faranno, ci chiediamo, quei bambini che, casualità vuole, sono finiti in una scuola di serie B o C? Se la terranno, alla faccia del diritto per tutti a una scuola di qualità. Certo è che il loro titolo di studio varrà di meno, come in ogni privatizzazione che si rispetti. Tutto questo, malgrado nel documento di Sintesi dell’INVALSI sulla valutazione degli apprendimenti dell’anno scolastico 2009/2010 l’ampia disuguaglianza dei risultati scolastici nelle regioni meridionali venga associata più all’alta disuguaglianza del reddito che alle caratteristiche strutturali dei singoli sistemi scolastici. Si può facilmente dedurre che ci sia la volontà di lasciare indietro chi è già è in situazione di disagio economico e socio-culturale, di non intervenire per diminuire la dispersione scolastica, ma di

invertire il diritto costituzionalmente garantito di offrire a tutti le stesse opportunità formative a favore della premialità.

12) Le prove non sono anonime: le prove non sono affatto anonime e permetteranno una tracciabilità delle performance dai 7 anni in su: di fatto una schedatura delle competenze di massa e prolungata nel tempo. Sono anni che si affannano a dire che i quiz sono anonimi e che hanno una finalità puramente statistica; e allora a che serve un codice che collega ogni prova a un bambino ben preciso? Si tratta di una tracciabilità che non ha nessuna utilità a fini statistici: se voglio fare un’indagine davvero anonima, semplicemente entro nelle classi, distribuisco i quiz e poi li analizzo; non mi interessa che quel quiz lo abbia fatto un bambino o un altro; da un punto di vista statistico mi interessano l’età, la collocazione geografica della scuola, il numero di bambini per classe, ecc, MA NON IL NOME DEL BAMBINO: è un elemento non statistico. Ma, dicono, questi sono dati sensibili che restano custoditi dalle scuole; perché? Che se ne fanno le scuole? Se non se ne fanno niente, allora tanto vale non abbinare la prova al singolo. E’ ovvio invece che vorranno in qualche modo utilizzare questa tracciabilità, magari per misurare, come dicono loro, il valore aggiunto delle scuole e dei singoli docenti. La tracciabilità inoltre permetterà, appena lo decideranno, di costruire finalmente quel portfolio delle competenze lungo l’arco della vita iniziando dai sette anni.

http://www.cobas-scuola.it

INVALSI: PERCHE’ NO

Sono ormai diversi anni che le scuole italiane vengono sottoposte ai test INVALSI, un sistema di valutazione sostenuto da governi di ogni colore e raccomandato da numerose direttive europee.

I risultati statistici delle prove OCSE-PISA, presentati con grande risalto giornalistico, vengono portati a conferma della necessità di introdurre un sistema di valutazione oggettivo della qualità degli apprendimenti (che è poi come dire della qualità degli insegnamenti, cioè dei docenti). I giornali non danno invece nessun risalto a quegli studi che mettono in discussione la scientificità delle prove OCSE-PiSA e dunque la loro validità statistica (vedi bibliografia).

Intanto di anno in anno le prove si sono fatte sempre più invasive: dall’obbligatorietà del quiz in terza media introdotta dal Ministro Fioroni all’allargamento della rilevazione a tutte le classi di tutte le scuole italiane, fino alla somministrazione di un “questionario per lo studente” al limite della schedatura di massa. Tale pervasività ogni docente può misurarla nei libri di testo che offrono in misura sempre maggiore strumenti di allenamento ai quiz.

Il tutto nella completa disinformazione dei genitori e nello scetticismo dei docenti che non è mai riuscito però a diventare una chiara e aperta contestazione agli INVALSI e a ciò che essi rappresentano.

Perché gli INVALSI sono pericolosissimi: essi rappresentano uno strumento strutturale e decisivo nella direzione della privatizzazione della scuola italiana e stravolgono quella che storicamente è stata la funzione della nostra scuola pubblica.

1) L’approccio didattico, di stampo anglosassone, è diametralmente opposto a quello della scuola italiana, con particolare riferimento al segmento della scuola primaria: all’insegnamento il più possibile individualizzato, che tiene conto dell’universo sociale-culturale-affettivo dell’allievo, si sostituisce una prova oggettiva asettica, che annulla, di colpo, la soggettività non solo dell’alunno, ma anche dell’insegnante; la relazione intersoggettiva, basilare in ogni sano rapporto pedagogico, è sostituita da una performance e una valutazione oggettive.

2) La scuola pubblica italiana si distingue a livello internazionale per l’integrazione degli alunni diversamente abili e per aver abolito le scuole speciali e le classi differenziali (L.517/’77). Vengono così riconosciuti sia il diritto allo studio per tutti, sia la diversità come valore. La decisione di far partecipare gli alunni disabili alle prove è rimessa alla scuola. Nel caso che questa decida per la partecipazione, i risultati dovranno essere elaborati in maniera a sè stante così da non incidere sul risultato medio della scuola o della classe. Ciò significa che la disabilità non rientra nel sistema di valutazione INVALSI e che, quindi, gli alunni disabili divengono inesistenti, così come viene ignorato l’impegno delle scuole affinché essi raggiungano le piene competenze secondo le loro potenzialità. Inoltre, è previsto che gli alunni con diagnosi di DSA (dislessia) partecipino alle prove nelle stesse condizioni degli altri!

3) Solo il fascismo dal 1929 era riuscito ad imporre l’assurdo di identici percorsi didattici in tutta la nazione. L’apprendimento non si può valutare allo stesso modo nei diversi contesti, proprio per questo gli insegnanti si confrontano e producono molteplici offerte didattiche, cambiano idea, ascoltano gli allievi e le allieve, ci parlano. Questa è la vera didattica, flessibile, individualizzata, che tiene conto dei diversi contesti: la standardizzazione è nemica dell’insegnamento di qualità.

4) Le prove INVALSI hanno un potente effetto retroattivo: alle prove “ci si prepara” e ore di buona didattica, vengono sostituite da allenamenti ai quiz; questo accade perché i docenti ben sanno che saranno loro ad essere valutati e dunque, per non “fare brutta figura” modellano la loro programmazione in modo da addestrare il più possibile la loro classe alla modalità a quiz. Così ad esempio crescono le prove a crocette, stanno tornando in auge le nomenclature grammaticali imparate a memoria come fino agli anni Sessanta. Ciò non ha alcun senso, se non quello di scimmiottare prove di bassa qualità preparate da persone lontane dalla scuola reale e dalla sua evoluzione

5) Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura;

6) Trasformano dall’interno lo statuto delle discipline: nel giro di qualche anno le materie interessate dall’INVALSI hanno cambiato natura; pensiamo ad esempio alla prova di italiano: il tema ha perso centralità a favore della comprensione del testo; ad una prova in grado di restituire, più di ogni altra, la complessità dello studente (competenze, saperi, soggettività), si preferisce ormai una prova completamente decontestualizzata: un brano che solo per pudore viene scelto tra i brani d’autore, senza che di quell’autore importi né la poetica né il momento storico in cui ha vissuto; anche la matematica, disciplina anch’essa complessa, si sta rapidamente riducendo ad un molto più applicativo problem solving, minando appunto lo statuto stesso della disciplina.

7) Scientificamente sono un fallimento. Un esempio: quelli fatti svolgere alle secondarie di primo grado lo scorso anno hanno dato risultati che differivano da quelli conosciuti in base alle ricerche Pisa. Come rimediare? Gli astuti tecnici dell’Invalsi hanno deciso di elaborare un coefficiente per cui moltiplicare i risultati inverosimili, in modo da trasformarli in verosimili! Incredibile ma vero!

8) Sono dannosi emotivamente per i bambini e le bambine. L’insegnamento della lettura si basa sul rispetto dei tempi dei bambini. Ognuno ha i suoi ritmi ed è doveroso rispettarli. Invece per la classe Seconda della scuola primaria (7 anni) l’invalsi propone la prova cronometrata di lettura, cronometro alla mano. Nell’insegnamento della scrittura i bambini usano la matita, affinché l’errore non sia irrimediabile e non diventi un dramma emotivo; invece l’Invalsi obbliga all’uso della penna biro non cancellabile. Ma in qualunque segmento di scuola, lo stress emotivo è fortissimo: le prove sono pensate per risposte in velocità, si tratta di prove a tempo (1/2 ora o un’ora) a malapena sufficiente a rispondere a tutti i quiz. Esattamente il contrario di ciò che un buon insegnante non smette mai di raccomandare: “Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo, ecc.”. Nelle scuole inglesi lo “stress da QUIZ” è ormai riconosciuto anche dagli psicopedagiogisti.

9) Sono la premessa alla valutazione e gerarchizzazione retributiva dei docenti. Dai diversi documenti dell’Invalsi emerge chiaramente che questa schedatura di bambini, docenti e scuole è finalizzata in prospettiva a differenziare le retribuzioni dei docenti. Sia chiaro: nel progetto di sperimentazione presentato dalla Gelmini gli INVALSI, al momento, servono a misurare le scuole nel loro complesso, mentre per premiare il singolo docente è previsto un nucleo interno di valutazione che valuterà dati non meglio precisati. Ciò che accade negli altri Stati ci porta a pensare che anche in Italia l’obiettivo sia quello di piegare la libertà d’insegnamento alla logica delle competenze e dei quiz e di farlo utilizzando gli aumenti stipendiali. Ovviamente, come ben sa chi vive la scuola, non verrà premiato l’insegnante migliore, bensì quello che si adatterà più agilmente a questa didattica burocratica e di regime. Dobbiamo tener presente che il progetto di legge Aprea, collegato al merito nel pubblico impiego di Brunetta, prevede la diversificazione delle carriere (cioè degli stipendi dei docenti); uno dei parametri sarà “l’efficacia dell’azione didattica e formativa”; Quando il nostro stipendio dipenderà dai risultati delle prove INVALSI, allora la scuola italiana si trasformerà in una palestra di addestramento ai quiz.

10) Esasperano la competizione: spingono gli alunni a rivaleggiare tra di loro, gli insegnanti a mettersi in competizione anziché scambiarsi le buone pratiche, le scuole saranno sempre più in concorrenza tra loro, nel gioco al massacro dell’accaparramento di “clienti” attirati con progettualità tanto altisonanti quanto inconsistenti.

11) Non servono a migliorare la qualità della scuola: se qualcuno pensasse che, una volta arrivati i risultati delle scuole, il ministero se ne servisse per aumentare i finanziamenti per le scuole risultate più deboli, sarebbe del tutto fuori strada. Nella meritocrazia succede esattamente il contrario: avranno più soldi le scuole che otterranno risultati maggiori; e che faranno, ci chiediamo, quei bambini che, casualità vuole, sono finiti in una scuola di serie B o C? Se la terranno, alla faccia del diritto per tutti a una scuola di qualità. Certo è che il loro titolo di studio varrà di meno, come in ogni privatizzazione che si rispetti. Tutto questo, malgrado nel documento di Sintesi dell’INVALSI sulla valutazione degli apprendimenti dell’anno scolastico 2009/2010 l’ampia disuguaglianza dei risultati scolastici nelle regioni meridionali venga associata più all’alta disuguaglianza del reddito che alle caratteristiche strutturali dei singoli sistemi scolastici. Si può facilmente dedurre che ci sia la volontà di lasciare indietro chi è già è in situazione di disagio economico e socio-culturale, di non intervenire per diminuire la dispersione scolastica, ma di

invertire il diritto costituzionalmente garantito di offrire a tutti le stesse opportunità formative a favore della premialità.

12) Le prove non sono anonime: le prove non sono affatto anonime e permetteranno una tracciabilità delle performance dai 7 anni in su: di fatto una schedatura delle competenze di massa e prolungata nel tempo. Sono anni che si affannano a dire che i quiz sono anonimi e che hanno una finalità puramente statistica; e allora a che serve un codice che collega ogni prova a un bambino ben preciso? Si tratta di una tracciabilità che non ha nessuna utilità a fini statistici: se voglio fare un’indagine davvero anonima, semplicemente entro nelle classi, distribuisco i quiz e poi li analizzo; non mi interessa che quel quiz lo abbia fatto un bambino o un altro; da un punto di vista statistico mi interessano l’età, la collocazione geografica della scuola, il numero di bambini per classe, ecc, MA NON IL NOME DEL BAMBINO: è un elemento non statistico. Ma, dicono, questi sono dati sensibili che restano custoditi dalle scuole; perché? Che se ne fanno le scuole? Se non se ne fanno niente, allora tanto vale non abbinare la prova al singolo. E’ ovvio invece che vorranno in qualche modo utilizzare questa tracciabilità, magari per misurare, come dicono loro, il valore aggiunto delle scuole e dei singoli docenti. La tracciabilità inoltre permetterà, appena lo decideranno, di costruire finalmente quel portfolio delle competenze lungo l’arco della vita iniziando dai sette anni.

fonte: www.cobas scuola.it